famoso per la sua scaltrezza e capacità organizzativa della sua banda, fu capo indiscusso dei briganti dell’Alta Tuscia.
Nacque da Nicola Tiburzi e Lucia Attili. Chiamato da tutti “Domenichino”, fu il più famoso brigante della Maremma, divenuto una leggenda tra gli abitanti del luogo.
“Fu un’infanzia disagiata quella del futuro brigante, idealizzato già in vita come giustiziere sociale e vendicatore degli ultimi. Nel marzo del 1867 la polizia lo segnalò tra gli aderenti all’Associazione castrense, un’organizzazione repubblicana, unitaria e antipapale. Questo circolo patriottico, fondato nel 1848, seguitò a operare clandestinamente anche dopo la caduta della Repubblica romana e durante il restaurato governo pontificio. I cospiratori, coordinati da importanti possidenti della zona, sfruttavano le opportunità logistiche offerte dalla selva del Lamone, ai confini con il territorio toscano.
Forse reclutato dal compaesano Francesco Mazzariggi, di famiglia benestante e noto agitatore politico, Tiburzi avrebbe operato da staffetta portaordini. Più che illuminare l’attività politica – a lungo rimasta oscura – le cronache criminali fanno risalire al 1867 la metamorfosi dell’anonimo buttero in leggendario brigante. Secondo il mito del ‘livellatore’ sociale, egli uccise Angelo Del Buono avendolo costui multato dell’esorbitante cifra di 20 lire per aver raccolto un fascio d’erba nella tenuta dei marchesi Guglielmi. Nel rifiutare «la mano che il pastore gli stendeva, quasi implorante», l’inflessibile custode avrebbe tradito il patto di classe tra «disgraziati», scatenandone la rabbia vendicatrice (P. Bargellini, Tiburzi, Firenze 1955, p. 23). L’omicidio avvenne effettivamente la notte tra il 23 e il 24 ottobre 1867. Domenichino, insieme ad altri butteri, era sconfinato nei territori dei Guglielmi per recuperare alcuni buoi. Intercettato da Del Buono e da un collega, il gruppo venne redarguito, ma fu quando i guardiani umiliarono i pastori requisendone il bestiame che il fucile di Tiburzi esplose due colpi, uno a vuoto, l’altro mortale.
L’episodio non ebbe conseguenze immediate, poiché le autorità, senza testimonianze decisive, attribuirono il delitto a ignoti. Fu lo stesso Tiburzi ad attirare l’attenzione facendosi arrestare, il 5 agosto 1868, per una prosaica ubriachezza molesta. Pochi giorni di detenzione bastarono a far sì che qualcuno, forse il custode sopravvissuto, si convincesse a raccontare i fatti. Il 15 settembre successivo i gendarmi prelevarono i testimoni della sparatoria e il tribunale di Civitavecchia, acclarate le responsabilità di Tiburzi, lo condannò a diciotto anni di lavori forzati, con sentenza del 21 agosto 1869. Seppur scampato alla pena capitale in virtù dell’attenuante della provocazione, nei giorni della presa di Porta Pia l’ormai galeotto languiva nel bagno penale della stessa Civitavecchia.
Nell’aprile del 1872, dietro sua richiesta, Tiburzi fu trasferito nella struttura di Porto Clementino, nei pressi di Tarquinia, ove i detenuti erano addetti alla raccolta del sale. Da qui, il 1° giugno, egli riuscì a evadere insieme a Domenico Annesi, detto l’Innamorato, e Antonio Nati, detto Tortorella. Nel gennaio del 1873 Tiburzi, nascosto nel bosco del Lamone, entrò in contatto con il latitante Domenico Biagini, detto il Curato. Con questa collaborazione iniziò il ciclo operativo della cosiddetta banda del Lamone, un sodalizio criminale dall’organigramma ristretto e mutevole, che estese la propria influenza su una vasta zona dell’alto Viterbese e del basso Grossetano.” (Fonte Treccani)